"LA MATRICE DEI NUMERI HA RIMPIAZZATO IL FASCIO LUMINOSO...L'IMMAGINE EISTE SOTTO FORMA DI CODICI NUMERICI, VIENE PRODOTTA A PARTIRE DA UN LINGUAGGIO E NON PIU' DA UN RAGGIO DI LUCE"

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No time, no space another race of vibrations in the sea of the simulation (F. Battiato)
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postato da ShAD01 alle ore 11:04
venerdì, 10 marzo 2006

L'esame è andato: Sociologia 29  ed Editoria 23.

Mi godo un pò di vacanza. Penso che continuerò con gli aggiornamenti.

Per adesso un saluto.
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postato da ShAD01 alle ore 11:39
giovedì, 09 marzo 2006

RADICAL SOFTWARE

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08 - 12 MARZO 2006

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Se prescindiamo dai suoi antecedenti storici, la Software Art, nell'accezione Classica formalizzata dal "Jury Statement" del Transmediale 2001 [1] e estesa da Florian Cramer [2], nasce nel 1997, con The Web Stalker del collettivo Inglese I/O/D e la riflessione teorica avviata da Matthew Fuller, uno degli autori
del software. Sin da questo primo esempio, e da queste prime definizioni, la Software Art si rivela "radicale" per natura. A ben pensarci, anche solo il fatto di
trasformare il software da mero strumento in"soggetto" e "contenuto" di una riflessione culturale e artistica è una rivoluzione copernicana suscettibile di essere tacciata di eresia; così come eretica è l'idea di appropriarsi di un linguaggio (l'HTML), un protocollo di comunicazione (l'HTTP) e un intero sistema di oggetti culturali (il Web) e renderli visibili in una forma ribelle alla loro stessa funzione: nella nostra cultura secolarizzata, non è molto diverso dal
prendere un crocifisso, capovolgerlo e servirsene per celebrare messe nere. In
altre parole, la Software Art è radicale anche nelle sue manifestazioni più innocue e politicamente neutrali; quando poi sovverte la struttura del browser in polemica contro la standardizzazione delle interfacce, e quando erige a suo slogan una frase del tipo "software is mind control, get some", allora la Polemica diventa poetica, primo motore del processo creativo.

RADICAL SOFTWARE è una mostra che raccoglie alcuni esempi recenti di
software radicale. Il nome rende esplicito omaggio alla rivista fondata nel 1970 da Ira Schneider e Beryl Korot, che nonostante un uso metaforico del termine "software" ha avuto il merito di coniugare, per la prima volta, riflessione politica e utilizzo dei media (in quel caso, principalmente, video e televisione). Ma se politica è, in ultima analisi, la natura profonda di questi progetti, raramente è politico l'obiettivo iniziale della sovversione che mettono in atto; e anche Quando lo è, il colpo che riceve non è mai diretto, ma è la conseguenza ultima di un attacco rivolto altrove, come un proiettile che colpisce il bersaglio dopo essere stato deviato da una serie di ostacoli che sono altrettanti obiettivi
primari.

È il caso, a esempio, di Bush Bot 0.4, del collettivo ROVEBOTICS: che insinuato il dubbio - supportato da alcune immagini manipolate - che George W. Bush
sia un cyborg, demolisce la sua politica dando vita al software che ne alimenta l'intelligenza tutta artificiale, permettendoci di dialogare con lui e addirittura di dettargli nuove esternazioni attraverso un semplice sistema di chat. Non v'è dubbio che il bersaglio sia Bush, ma il colpo viene sferrato riagganciandosi a una narrazione ormai classica

- i Simulacri di Philip K. Dick - e parodiando gli algoritmi di intelligenza Artificiale. Allo stesso modo, McDonald's Videogame, della game factory italiana Molleindustria, attacca la celebre catena di fast food sovvertendo la forma, ormai diffusissima, del videogame pubblicitario; e Where-next, realizzato dalla stessa Molleindustria in collaborazione con l'agenzia Pubblicitaria Guerrigliamarketing, attacca la spettacolarizzazione mediatica del terrorismo abusando in maniera feroce della forma del gioco di scommesse, delle tattiche pubblicitarie più comuni e di quello straordinario strumento di
localizzazione che è Google Earth, con una scorrettezza politica che è
direttamente proporzionale alle implicazioni di ciò che denuncia.

Entrambi questi lavori sono molto lontani dalla Software Art da un punto di vista
formale, ma le sono vicinissimi da un punto di vista concettuale. Diverso il caso di GWEI (Google Will Eat Itself), realizzato da UBERMORGEN.COM in Collaborazione con gli italiani Alessandro Ludovico e Paolo Cirio: che porta alle estreme conseguenze l'algoritmo del capitalismo adottato in pieno da Google, ma solo per portare una delle compagnie più potenti del mondo a divorare se stessa in una forma estrema di cannibalismo digitale. La portata critica della Software Art non risparmia nemmeno la cultura della condivisione delle conoscenze nata sulla scorta della cultura hacker e l'attivismo mediatico. un_wiki, di Wayne Clements, è un software molto semplice che si limita a recuperare, e a rendere visibile, il file di log in cui sono archiviati i contenuti rifiutati dalla comunità aperta e democratica di Wikipedia: una riflessione
smaliziata sui paradossi di un sistema che unisce il massimo dell'apertura resa possibile dal software con una struttura sostanzialmente oligarchica, unica garante della qualità dei contenuti.

AntiMafia (2003), del collettivo italiano [epidemiC],è invece un software che automatizza e coordina azioni collettive. Basato su un sistema peer to peer, consente di "condividere" azioni di disturbo mediatico senza bisogno di alcun intervento da parte dell'utente - a parte l'attivazione del programma - e senza bisogno di un leader che coordini l'azione. Potrebbe sembrare la soluzione
definitiva al problema dell'efficacia delle proteste online, la killer application del net activism; in realtà, a ben guardare, la prima vittima di questo programma è proprio l'attivismo, privato di qualsiasi componente umana e soprattutto di una leadership. Il che giustifica la strana storia di questo progetto, respinto e censurato alla sua pubblicazione dalla stessa comunità cui era rivolto. Una censura che nasceva, in realtà, da un errore di prospettiva: se Floodnet, in quanto software messo a disposizione di una comunità per un'azione collettiva
in Rete, era a tutti gli effetti un'opera di net.art, AntiMafia, letto in questa
chiave, falliva miseramente; riletto come Software Art, invece, colpisce splendidamente nel segno, dimostrando che "il codice non è innocente", e
rivelando la coda di paglia di un attivismo che si tira indietro quando scopre di poter essere realmente pericoloso.

Se AntiMafia è una interfaccia sovversiva che si maschera da software
commerciale, emulando il packaging di celebri software di sicurezza, la
maggior parte dei progetti di Software Art fanno della stessa interfaccia l'oggetto della sovversione. È un'attitudine ereditata dalla prima net.art, da JoDi che fa a pezzi il browser in polemica contro l'hi-tech corporativo. Il presupposto è che le interfacce standard sono vettori di una precisa ideologia, e che sfregiarla, violentarla, ricostruirla in forme nuove può essere una forma di riappropriazione e di liberazione. Il motto di I/O/D, "software is mind
control, get some", spiega molto bene tanto i giochi formali di Peter
Luining e dell'italiano K_HELLO, esperimenti concettuali assolutamente innocui
nella pratica, ma capaci di fare a pezzi in un attimo il castello di metafore su cui si basa l'interfaccia grafica a finestre; quanto Scream di Amy Alexander, che riesce finalmente a darci la soddisfazione di uno sfogo fisico (in questo caso, un urlo) in grado di avere ripercussioni immediate sulla stabilità dell'interfaccia.
Altri se la prendono con la superficie, la schiuma dei dati, come la slava Marketa Bankova con Scribble, un software che sovrappone dei graffiti all'homepage della CNN; o semplicemente non se la prendono con nulla in particolare, ma semplicemente si divertono a decostruire l'interfaccia con lo stesso gusto con cui un bambino fa a pezzi il castello Lego che ha appena costruito. È il caso di Super Mario Movie, in cui Cory Arcangel fa a pezzi il mondo di Super Mario, seguendone compiaciuto la rovina, convertendo il flusso
orizzontale in un interminabile crollo verticale, e privando il gioco di ogni possibilità di interazione. Una sovversione sottile, che si maschera dietro il
piacere della fruizione ma che non è, per questo, meno radicale.

Tutta rivolta al linguaggio è infine l'operazione di ][MEZ][, fra le eredi migliori della tradizione della code poetry. Per ][MEZ][ il linguaggio, anche quello normalmente immediato di un blog, è un codice di programmazione da decostruire e ricostruire, nella consapevolezza che se la Rete ha qualcosa da spartire con Babele, è la confusione dei linguaggi. Coerentemente il suo "mezangelle", un idioma che fonde linguaggio naturale e codice informatico, si inserisce da un lato nella grande tradizione della sperimentazione sul linguaggio che va da Dante a Joyce, e raccoglie dall'altro la grande lezione di
Dada e Surrealismo: per cui mettere in discussione la società vuol dire,
in primo luogo, attaccare la sua struttura logica e razionale, incarnata appunto dal linguaggio.

NOTE:

[1] "...software art has the potential to make us aware that digital code is not harmless, that it is not restricted to simulations of other tools, and that is itself a ground for creative practice." In F. Cramer, U. Gabriel, J.F. Simon Jr., "Jury Statement", 2001, reperibile online all'indirizzo

http://www.transmediale.de/01/en/s_juryStatement.htm

[2] "... software art could be generally defined as an art: - of which the material is formal instruction code, and/or - which addresses cultural concepts of software..." In Cramer, Florian,"Concepts, Notations, Software, Art", 23 marzo 2003, reperibile online

all'indirizzo http://userpage.fu-berlin.de/~cantsin

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postato da ShAD01 alle ore 16:14
venerdì, 03 marzo 2006

Roma - La recente vicenda della censura dei siti per il gioco d'azzardo via Rete da parte dei Monopoli di Stato ha avuto una quantità di commenti; questo è un breve sunto degli aspetti tecnici e legali ad uso dei futuri censori che, se nessuno protesterà a voce alta, presto dovranno essere molti.

Il bignami del Censore della Rete - parte prima
Cosa bisogna fare per censurare un sito quando vi viene ordinato?

Semplice, basta andare dal provider che ospita il sito, cioè che ha il server su cui sono caricate le pagine html, e fargli sostituire le pagine dei sito con una che spieghi il perchè della censura e chi l'ha eseguita.
Ricordarsi di portare le carte che dimostrano l'obbligo di effettuare l'azione censoria, se esistono, o almeno di chiederlo per favore. Ricordarsi anche di togliere le pagine interne, perchè se si sostituisce la sola home il sito è ancora navigabile.

Se il sito non è in Italia, ma è gestito da un ente italiano, andare dalla persona/ente che lo gestisce ed ottenere che esegua le azioni censorie precedentemente descritte.

Se chi gestisce il sito non è identificabile/raggiungibile, ma il nome di dominio è registrato da un ente/persona italiano, andare con le carte dal responsabile e fargli puntare il record DNS del sito su un nuovo server che visualizzi la pagina di avvertimento dell'azione censoria.

Se il sito ed il dominio non sono gestiti da enti o persone italiane, far aprire una rogatoria internazionale per ottenere la possibilità di far eseguire le stesse azioni all'estero.

Se le possibilità di avere risultati dalla rogatoria sono scarse, per i tempi necessari o per la non collaborazione del paese che ha la giurisdizione sul server e sul TLD (Top Level Domain - il.xx alla fine del nome), andare dai provider ed obbligarli ad inserire nei propri DNS (server che risolvono i nomi in indirizzi IP) un dato errato.
Dovete cioè fare in modo che tutti i DNS italiani reindirizzino i nomi dei server da censurare ad un server che contenga la pagina che annuncia il provvedimento di censura. Se qualcuno dei provider per sbadataggine mettesse in linea la pagina che fornisce lo strumento per creare le liste, chiamandola "censura.htm", ed anche il file del software chiamandolo "censura.tgz", farglieli rimuovere immediatamente.

Se qualcuno si accorgesse che basta usare un server DNS situato all'estero al posto di quello del proprio provider italiano per rendere il tutto inutile (per farlo bastano 10 secondi), convincere i provider a filtrare direttamente gli indirizzi IP dei server, e mettere qualcuno ad aggiornare continuamente la lista mano mano che i gestori dei siti censurati cambieranno l'indirizzo IP.

Se qualcuno si accorgesse che basta usare Tor per aggirare anche il filtraggio degli IP, provvedere ad inserire gli IP di tutti i server Tor e degli altri proxy simili nella stessa lista. Organizzare una squadra di persone a tempo pieno perché molti sono indirizzi dinamici. Nota: suggerire di modificare il Codice di Procedura Penale in modo da prevedere anche il reato di "Abuso di sistema crittografico", che puo' sempre essere utile per scoraggiare l'uso di certi marchingegni.

Se qualcuno comincia a mettere i siti censurati su Freenet, filtrare gli IP di tutti i server Freenet del mondo. Usare anche l'accorgimento suggerito al punto precedente.

Per risolvere il problema alla radice, suggerire a chi di dovere di vietare la vendita e la detenzione di sistemi non Trusted Computing e di software libero (proporre il reato di "spaccio di software libero" ?). Vedere se si puo' far approvare prima qualcosa del genere dalla Comunità Europea, in modo da avere una buona scusa per farlo pure in Italia. Ricordarsi anche di far chiudere le frontiere per fermare quelli che volessero scappare.

Fine della prima parte.

Marco Calamari

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postato da ShAD01 alle ore 12:01
martedì, 28 febbraio 2006

Un documentario di nove minuti sulla cultura libera. Ad averlo girato in gennaio durante il NYC Free Culture Summit sono Maggie Hennefeld e Thessaly La Force e il file è disponibile per il download su Internet Archive con licenza Creative Commons Attribution 2.5. Nel documentario si vede inizialmente la presentazione a consumatori di forme di distribuzione di musica alternative e prosegue con interviste allo scrittore di fantascienza Cory Doctorow, a esponenti di Creative Commons e ad attivisti.
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postato da ShAD01 alle ore 11:58
martedì, 28 febbraio 2006

Permesso d’Autore

Questo il secondo degli e-book esclusivi che Libera Cultura dedica all’attualità del mondo digitale, stavolta sugli esperimenti in corso nella diffusione di contenuti online non più vincolata al ferreo regime del copyright.
Nel momento in cui appare chiaro che la produzione di cultura non è più solo campo d’azione di case editrici e intellettuali, è interessante iniziare un viaggio tra gruppi informali, associazioni e aziende che fanno della propria professionalità strumenti per veicolare informazioni.
Specificamente dedicato alla scena italiana, il libro si articola in capitoli-schede dedicati ad alcune di queste realtà sottolineando motivazioni di partenza, risultati raggiunti, consolidamento di network, strumenti software. E lo fa dando voce ai diretti protagonisti di questo genere di produzione culturale. Protagonisti accomunati dalla scelta delle licenze Creative Commons o della nota del copyleft letterario in modo che i contenuti siano quanto meno liberamente riproducibili.
A presentarsi, nelle pagine di Permesso d’Autore, sono Wu Ming, iQuindici, PeaceLink, il progetto F1rst, IlariaAlpi.it, Libera Cultura, Politica Online, Vita.it e l’Associazione Nazionale Infermieri di Area Critica. Inoltre un bookmark finale traccia una linea di partenza per chi voglia intraprendere un viaggio autonomo nel mondo della libertà di cultura che parla italiano.
Il libro vuole inoltre aprire la strada per un cantiere in costruzione, attraverso il relativo sito permessodautore.it, dove altri produttori di cultura libera potranno proseguire ed estendere la linea tracciata dall’autrice.

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Antonella Beccaria, Permesso d’Autore: percorsi per la produzione di cultura libera, 2006
————————

Il volume viene rilasciato sotto la licenza Creative Commons
Attribuzione-NonCommerciale-Condividi allo stesso modo

Il testo integrale viene diffuso in tre formati: HTML, SXW (OpenOffice.org) e PDF (per leggere quest’ultimo occorre Adobe Acrobat Reader, software gratuito):

- File PDF (1010KB)

- File HTML (290KB)

- File SXW (81KB)


http://www.stampalternativa.it/liberacultura/

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postato da ShAD01 alle ore 11:57
martedì, 28 febbraio 2006

I pionieri della frontiera digitale

Per chi avesse sorvolato o volesse saperne di più sui primordi di questa creatura divenuta ormai parte del quotidiano di molti di noi, internet, ecco un’ottima panoramica che va dagli esordi della Rete fino al World Wide Web. Ce la propone Antonella Beccaria, giornalista con base a Bologna, da tempo attiva nel mondo del software libero (e con Assoli in particolare), in un testo rilasciato recetemente sotto Creative Commons. Appropriatamente intitolato I pionieri della frontiera digitale il documento è vieppù importante poichè, scorrendo l’introduzione, “…in una manciata di anni, la rete èpassata da esoterico strumento di lavoro per pochi informatici a mezzo di comunicazione di massa che coinvolge ogni giorno milioni di persone in scambi privati e pubblici, scientifici e commerciali, professionali e ricreativi.” Soprattutto, pur con la tutta la sua enorme rapidità espansiva e l’annessa inclinazione come veicolo ideale per lo sviluppo commerciale, “ciò che va costantemente ricordato – poichè rischia di perdersi nei ricordi di pochi anni analogici che in tempi telematici si trasformano in epoche – è che internet è il prodotto della libera circolazione delle idee, della cooperazione intellettuale, della mancanza di steccati e confini. E che questo lato della rete deve continuare a esistere. Fortunamente, buona parte dei naviganti virtuali, con livelli di coscienza differenti, continuano a condividere questa convinzione.”

—————

Antonella Beccaria, I pionieri della frontiera digitale, 2005

Il testo (700 KB) viene rilasciato sotto la licenza Creative Commons
Attribution­NonCommercial­ShareAlike
, e diffuso in formato PDF (per leggerlo occorre Acrobat Reader, software gratuito).


http://www.stampalternativa.it/liberacultura/

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postato da ShAD01 alle ore 11:32
martedì, 28 febbraio 2006

Se a quanto pare regalare bottiglie ai giornalisti non basta più per ottenere un pezzo sulla propria azienda vinicola, risultati molto migliori si ottengono regalando bottiglie ai blogger!!!


E’ questo sostiene l’azienda sudafricana Stormhoek, che proprio attraverso i blog è riuscita a incrementare le sue vendite nel Regno Unito. Come ha fatto? Ha selezionato 75 blogger che col vino nulla avevano a che fare, e ha inviato loro due bottiglie di vino (con etichetta personalizzata) certa che poi ne avrebbero parlato, e che i loro lettori si sarebbero affidati al giudizio dei blogger in questione.
Il target: blogger stanziati in Gran Bretagna, Francia e Irlanda, senza distinzione di traffico, ma con un blog esistente da più di tre mesi e sempre aggiornato.
Dovevano aver raggiunto la maggiore età (per bere alcolici), ma non avevano nessun obbligo di parlare dell'azienda, né tanto meno di parlarne bene.

I risultati sono presto arrivati e la campagna ha contribuito a un raddoppiamento delle vendite (da 50.000 del 2004 a 100.000 del 2005 nel Regno Unito). Questi vini, che si trovano nell'affollatissima fascia di prezzo dei 7,50-10,00 euro sono riusciti insomma a farsi notare proprio grazie ai regali - guadagnandosi la distribuzione anche in grandi catene come Sainsbury's. Quindi niente più regali ai giornalisti, ma ben vengano quelli ai blogger! :)

Dietro a questa idea c'è Hugh Macleod, una di quelle persone dalle mille attività impossibili da riassumere in una solo parola, ma che, tra le tante cose che fa, disegna vignette sul retro dei biglietti da visita, alla faccia di quelli gratis di Vistacard!!!


Briciole di internet marketing (webmarketing) e altro

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postato da ShAD01 alle ore 15:49
lunedì, 27 febbraio 2006

Roma - Le ultime settimane hanno offerto numerosi spunti per sottolineare come esista un fronte di utilizzo della tecnologia, compatto e assai rappresentato, orientato contro gli interessi degli utilizzatori finali. Basti pensare alla ampia e fino ad ora tutto sommato sotterranea problematica dell'utilizzo dei sistemi di "trusting" sui computer di prossima vendita (di cui PI sta da tempo seguendo l'evoluzione con articoli tecnici molto puntuali).

Veniamo da dieci anni nei quali siamo stati abituati ad opzioni di libertà molto ampie che spesso sono state mediate dalla tecnologia. Gli utenti tecnologici si sono - per così dire - "abituati bene". Abbiamo imparato prima a doppiare VHS, poi a masterizzare dati sui PC, infine a condividere file in rete. Attraverso Internet, molte singole persone hanno iniziato a diffondere informazioni o a produrre contributi originali, in formati e modalità molto variabili, ma certamente differenti rispetto a quelli ai quali ci aveva abituato il mercato di massa.

Veniamo insomma da un periodo di utilizzo della tecnologia informatica "nonostante" il mercato che le era preesistente. Spesso per vie parallele, qualche volta in palese opposizione all'ambiente economico stesso. Il quadro che si è creato e l'accelerazione che la tecnologia ha dato a nuove forme di libera espressione sono oggi riconosciuti da tutti. E tutti, da un certo punto di vista, vorremmo che simili opzioni di comunicazione e scambio non venissero ristrette in alcuna maniera.

Questo lo scenario generale, descritto fino ad ora senza tener conto delle dinamiche e degli interessi del mercato. Che già da un po' di tempo bussa insistentemente alla porta di Internet e della tecnologia in generale.

Personalmente non ho nulla contro il mercato, specie quando i soggetti che lo abitano si accorgono che il contesto generale sta mutando e che nuovi progetti e nuove prospettive vanno immaginate e messe in pratica. Tuttavia è certamente vero che molte grandi aziende coinvolte, volontariamente o meno, nella grande trasformazione del "contesto" economico e sociale guidata dallo sviluppo di Internet (mi riferisco alla grande imprenditoria multinazionale dell'intrattenimento, alle società editoriali ed ai giganti delle telecomunicazioni) oggi continuano a scegliere di innovare poco, dedicandosi preferibilmente ad un utilizzo della tecnologia (oltre che dei propri presidi legali) per tutelare i propri diritti preesistenti. Al centro dei loro pensieri ci sono oggi acronimi come DRM, TPM, QOS, che per gli addetti ai lavori saranno anche pane quotidiano ma che per gli utenti significano, tutti assieme, un'unica semplice idea: tecnologia applicata al controllo dei contenuti e dei servizi.

Secondo alcune recenti stime, fra 20 anni il 90% dei testi letterari disponibili per l'acquisto arriveranno a noi in formato elettronico. Oggi i libri sono invece in gran parte ancora fatti di carta, colla ed inchiostro e le biblioteche pubbliche, uno dei pochi presidi rimasti della "circolazione del sapere" prima di Internet, sono tutelate da esili leggi e scricchiolanti finestre di "fair use". Tali piccole ma importanti "eccezioni" sono quelle che ci consentono di entrare in biblioteca, prendere un libro sotto copyright e portarcelo a casa per leggerlo gratuitamente prima di riconsegnarlo per consentire a qualcun altro di fare lo stesso. Quando tutti i libri conterranno un DRM imposto dall'editore, chi garantirà la circolazione libera della conoscenza? Gli editori stessi? Verrebbe da chiedersi perché mai dovrebbero. Non sono io a pormi simili domande: quelle appena citate sono preoccupazioni espresse dal direttore della British Library giusto qualche settimana fa. L'incubo prossimo venturo della tecnologia come mezzo per ridurre la circolazione del pensiero.

Di esempi analoghi se ne possono fare oggi a decine. La tecnologia, se usata in maniera troppo interessata, rischia di rendere la cultura ciò che fino ad oggi molto spesso non è stato: un gadget a pagamento destinato solo a quanti potranno permetterselo.

Qualche giorno fa leggevo con quale incredibile leggerezza uno dei principali ISP italiani, Libero, magnificava sulle proprie pagine web, la scelta della prioritizzazione dei pacchetti TCP/IP. Non trovo strano che ciò avvenga (Libero si avvale del resto, come immagino molti altri, di presidi tecnologici esistenti che rendono oggi i vari pacchetti di dati diversamente identificabili) ma mi pare ugualmente assai disdicevole che il mio eventuale fornitore di accesso alla rete decida per me se in un momento X della giornata debba avere la precedenza verso la "mia" connessione un messaggio di posta elettronica piuttosto che un file torrent. Chi si arroga il diritto di simili deduzioni?

I tecnologici, che sembrano talvolta persone dagli scarsi orizzonti ideali (e che forse talvolta, come tutti noi, lo sono davvero), ci dicono che tali pratiche di QOS (Quality of Service) sono oggi la regola per ciò che attiene alla gestione delle reti, che simili stratagemmi (se usati con criterio) garantiscono migliori collegamenti per tutti. Io, che tecnologo non sono, direi che tali formidabili idee che ottimizzano la banda dal lato del fornitore (riducendo le sue spese ben prima di elevare eventualmente la qualità del mio servizio) sono invece una minaccia concreta alla mia libertà di scelta in rete e rappresentano anche un pericoloso precedente, quando non una palese violazione contrattuale o una invasione della privacy.

Il catenaccio momentaneo che oggi Libero dichiara di mettere al P2P per consentirmi di scaricare la posta velocemente, domani potrà essere diversamente applicato per prioritizzare i propri servizi VoIP a pagamento, i propri pacchetti di IPTV a pagamento ed ogni altra piccola o grande opzione (sempre a pagamento) che il mio fornitore di connettività deciderà di propormi. Dopodomani potrà essere utile alle autorità per imporre agli ISP filtri e controlli (come già in questo sciagurato paese avviene) al traffico Internet. E non potrò nemmeno consolarmi spegnendo il computer per fare due passi verso la biblioteca comunale perché anche da quelle parti la musica sarà la stessa.

Internet in questo ultimo decennio è diventata un formidabile strumento di cultura e libertà a disposizione di chiunque e ciò è accaduto in funzione della sua neutralità architetturale. Non meraviglia che molti dei soggetti che oggi spingono per "analizzare" ogni singolo pacchetto di dati che la attraversa siano gli stessi soggetti che fino a ieri detestavano la rete. Gente che si sturba ad ascoltare parole come "condivisione", "libera circolazione delle idee", "cultura libera". Soggetti insomma che non sarebbero troppo addolorati nel vederla morire nel caso in cui non si trovasse la maniera di estrarre altro denaro da ogni suo singolo bit. Muoia - insomma - Sansone con tutti i filistei. Esattamente come sta iniziando ad avvenire, con buona pace dei tecnologici e delle loro tranquillizzanti analisi di qualità.

Massimo Mantellini
Manteblog

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postato da ShAD01 alle ore 10:04
domenica, 26 febbraio 2006

Roma - La controversa direttiva europea sulla Data retention, nata per combattere il terrorismo e finita per essere uno strumento contro le violazioni della proprietà intellettuale, è formalmente entrata in vigore e dovrà essere recepita entro 18 mesi dai paesi membri dell'Unione Europea.

La Direttiva prevede la conservazione per un minimo di 6 mesi fino a un massimo di 2 anni di tutti i dati di tutte le conversazioni telefoniche ed elettroniche, ma non dei contenuti delle stesse. Non prevede compensazioni per operatori telefonici e provider a copertura delle spese di registrazione.
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postato da ShAD01 alle ore 10:02
domenica, 26 febbraio 2006

Strasburgo - E così sia: il Parlamento Europeo ha adottato una delle più contestate normative sull'intercettazione delle comunicazioni, quella sulla data retention, che consente ai singoli paesi di conservare i dati delle comunicazioni per un massimo di due anni, sebbene ciascuno Stato possa prevedere proroghe in caso di bisogno. Si parla di telefonate, ma anche di posizione di chi chiama, e si parla di Internet.

L'Europarlamento ha accolto il frutto di un difficile compromesso tra le diverse proposte che si erano accavallate in questi mesi e la posizione del Consiglio dei ministri europei, dando così vita ad una normativa che:

1) Consente la conservazione da 6 a 24 mesi dei dati delle comunicazioni: per "dati" si intendono "quelli necessari per rintracciare ed identificare la fonte di una comunicazione, per rintracciare e identificare la destinazione di una comunicazione, per determinare la data, l'ora e la durata di una comunicazione, per determinare il tipo di comunicazione, per determinare le attrezzature di comunicazione degli utenti, per determinare l'ubicazione delle apparecchiature di comunicazione mobile. Ciò si applica alle comunicazioni effettuate con telefoni fissi e mobili ma anche a quelle via Internet (accesso, posta elettronica e telefonate), compresi i tentativi di comunicazione non riusciti".

Alla fine del periodo, i dati verranno distrutti con la sola eccezione di quelli che le forze dell'ordine hanno consultato e deciso di preservare per finalità investigative.

2) Vieta la conservazione dei contenuti delle comunicazioni.

In realtà, come accennato, qualora si verifichino "circostanze particolari", i singoli paesi potranno estendere la data retention per un periodo indefinito, denominato "periodo limitato". Unico requisito sarà la notifica dell'estensione e della sua motivazione all'Unione. La Commissione Europea nel giro di sei mesi dalla notifica dovrà analizzare le estensioni e decidere se approvarle "dopo aver accertato se costituiscano o meno un mezzo di discriminazione arbitraria o di restrizione occulta degli scambi fra gli Stati membri e se rappresentino o meno un ostacolo al funzionamento del mercato interno".

Inoltre il testo licenziato dal Parlamento spazza via le speranze di operatori telefonici e provider: non viene infatti imposto alcun genere di rimborso per le spese che questi dovranno sostenere per conservare materialmente i dati delle comunicazioni. Si tratta di oneri pesanti

La spesa sarà ingente anche per la necessità di garantire sicurezza ai database, affinché ad essi possano accedere solo le autorità competenti. Qualsiasi trasferimento di dati non autorizzato sarà passibile di sanzioni che ogni singolo Stato dovrà determinare, sul piano amministrativo o penale. Il trattamento illecito dei dati che provochi un danno al cittadino consentirà a questi di chiedere il risarcimento.

Come rileva EDRI, l'organizzazione pro-privacy che si è battuta fin dall'inizio per una revisione sostanziale della normativa, tra gli effetti più pesanti del compromesso appena raggiunto è la cancellazione del discrimine di reato: ai dati così conservati, cioè, si potrà accedere non solo per combattere il terrorismo ma anche per una serie non definita di altre necessità investigative. Una richiesta che era arrivata dalle major dell'audiovisivo per combattere la pirateria digitale. Si tratta di un brusco cambio di rotta: per accelerare l'iter del provvedimento da molti considerato liberticida, infatti, fin dall'inizio era stato presentato come una misura per la sicurezza, una posizione, affermano i sostenitori delle libertà digitali, ormai annacquata da interessi di parte. Sull'argomento vedi anche il wiki dedicato.

Che la nuova normativa si traduca in un sistema di intercettazione di massa lo hanno chiarito in ben due occasioni i garanti della privacy europea, secondo cui le attività di data retention e intercettazione sono analoghe e come l'intercettazione anche la data retention andrebbe trattata nello stesso quadro dell'eccezionalità. Così non è perché, come richiesto da più parti, e in particolare da Italia e Regno Unito, l'aspetto della sicurezza ha prevalso nel dibattito: si è infatti ritenuto che conservare i dati delle comunicazioni dei cittadini europei si traduca in un più efficace contrasto alle attività dei gruppi terroristici. Come si è visto, però, questa era solo la proposizione iniziale: l'idea ora è di sfruttare l'intercettazione per molte diverse finalità.

Nelle prossime settimane la normativa così approvata diverrà direttiva dell'Unione Europea e nel giro di 18 mesi dovrà essere ratificata dagli Stati membri. Come noto l'Italia è già avanti, avendo attivato la data retention fino al 31 dicembre 2007.

Da PI del 15\12\2005

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